Pasionaria Pigra

Quelli che c'erano

di Dania | tutti gli articoli dell'autore
Dieci anni fa eravamo quelli che c’erano e quelli che non c’erano.
Io non c’ero, in esilio su un’isola al sud preparavo gli ultimi esami e il viaggio per la tesi in Egitto.
Non c’ero e avrei voluto esserci, perché la storia si scrive in pochi momenti e quando non ci sei poi ti sembra di non aver vissuto un’epoca e il sentito dire non è come l’aver visto, l’aver provato. C’erano gli amici che c’erano davvero e ci scrivevamo sms con le parole tutte attaccate, per risparmiare spazi e denaro, e domandavo come va? Quanti siete? E rispondevano siamo tanti, tanta gente, camminiamo, camminiamo.
C’erano quelli che erano andati per far politica, quelli per far casino, quelli per protestare, quelli perché ci credevano.
C’era mia cugina che spingeva la carrozzella di un paraplegico ed era lì con le associazioni religiose perché era giusto esserci e tutti avevano diritto di manifestare, perché il bianco era bianco e il nero era nero e bisognava prendere una posizione ed essere tanti per dimostrare che otto grandi non fermano centinaia di migliaia, milioni di piccoli.
Ascoltavamo la radio che raccontava tutto e mangiavamo le pesche nel vino e dicevamo chissà se i black bloc sono arrivati, chissà se faranno casino, perché da questa gente in nero che rompeva le vetrine, che lanciava le molotov, che spaccava i tergicristalli, noi eravamo spaventati e affascinati. Perché noi la violenza nelle manifestazioni l’avevamo vissuta sempre in maniera blanda e a vent’anni avevamo coraggio, perché non avevamo fatto mica gli anni di piombo e credevamo nel diritto democratico di manifestare, credevamo che le piazze e le strade fossero nostre, che le parole fossero più importanti, che tutto si potesse risolvere con i numeri e con la voce.
C’erano quelli che andavano a fare le forze dell’ordine e molti di quelli credevano di essere più Stato del popolo e anche molti di loro avevano vent’anni ed erano affascinati dalla violenza e avevano l’adrenalina e le armi e vedevano il loro bianco bianco e il loro nero nero.
Poi c’era Carlo, che aveva ventitré anni, e si è beccato una pallottola sullo zigomo e poi è rimasto lì per terra ed era andato per fare il giovane manifestante ed è finito per farsi simbolo.
E c’era quel ministro che aveva davvero dato l’ordine di sparare, se i manifestanti avessero violato la zona rossa, e c’erano quelle forze dell’ordine, con un’idea di ordine tutta loro, che entravano nei dormitori e picchiavano la gente e si nascondevano dietro ad alibi e divise, dietro a ragioni costruite a posteriori, dietro i finti sospetti e il fascismo vero, dietro le mura di una caserma in cui violentare la democrazia.
E ascoltavamo la radio, in quei giorni, e ci raccontava le cose ed erano confuse e poi sempre più chiare e poi rettifiche e comunicati e prese di posizione e analisi. E parlavamo con chi c’era stato e tutti dicevano mai più, ma più permetteremo questo, mai più glielo lasceremo fare.
Ci sono stati i processi e l’indignazione e i documentari e i libri e gli articoli e le manifestazioni e le parole e le foto e i video.
Poi la cronaca è diventata critica e molti hanno iniziato a vendere fumo e a fare del bianco e del nero un unico grigio e a dire che quello che pensavano di aver visto non era quello che avevamo visto e a parlare di black bloc ogni volta che non volevano la gente in piazza e a farci avere paura e a farci sentire in pericolo.
E hanno provato a trasformare la critica in retorica e hanno provato a dirci che chi aveva ragione aveva torto, come quando ci dicono che i morti partigiani e fascisti sono tutti uguali, che un carabiniere armato di pistola è come un ragazzo col bastone, che un ricco ricco è come un povero con le pezze al culo.
Hanno provato a farci dimenticare tutto.
E adesso siamo quelli che ricordano e quelli che fanno finta di non ricordare.
Ma noi raccontiamo tutto, il visto, il sentito, il letto, le emozioni, la rabbia, la grandissima rabbia, la frustrazione, il desiderio di giustizia, la stanchezza, la speranza.
Adesso siamo quelli che ricordano e ne parliamo e ne scriviamo e, negli anni, lo ricorderemo ancora, fino a quando non arriveranno risposte, responsabilità e scuse, alle famiglie delle vittime, a chi ha visto, a chi ha sentito, alla nostra fragile, ma viva, democrazia.  
20 luglio 2011