Le rivoluzioni pigre
di Daniela Farnese
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Sembra che una rivoluzione sia ancora possibile.
Il vento è cambiato, possiamo aggiustare le cose, smuovere le acque, dire basta, smettere di rassegnarci, agire.
Una rivoluzione è possibile e possiamo esserne protagonisti e gridarlo e scendere in piazza e indossare magliette arancioni senza entrare nel panico, ché l’arancione mica è un colore facile, devi anche saperlo portare e devi saperlo abbinare.
Una rivoluzione è possibile e possiamo sperare in un Paese migliore, un Paese in cui il merito sia più importante del reddito, in cui la diversità sia un valore, in cui i giovani siano una risorsa, in cui lamentarsi delle poste e dei treni non sia più un luogo comune, in cui sentirci orgogliosi e non rassegnati, in cui lasciare il pilates per lo step, in cui costruire cose nuove e non restaurare cose vecchie, in cui il lavoro sia un diritto, in cui anche lo stipendio sia un diritto, in cui mangiare carboidrati non sia peccato, in cui investire e non saccheggiare, in cui vivere e non sopravvivere.
Possiamo stravolgere il sistema e scegliere e decidere e pretendere e ottenere. Possiamo farcela.
Però andate avanti voi.
Io arrivo con calma, ho i tacchi alti, devo sistemarmi i capelli, devo scegliere l’abito adatto, devo fare la ceretta.
Io arrivo con calma, devo trovare parcheggio.
Io arrivo con calma, ma le rivoluzioni pigre sono le uniche che non hanno mai ucciso nessuno.
E domenica andate a votare. Io ci vado lunedì.