I sottaceti dello Spreewald
di Dania
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In questi giorni mi sento come il personaggio della madre in Goodbye Lenin, ma al contrario di lei, nel risveglio dal coma del quasi ventennio berlusconiano, mi ritrovo incredula e felice a pensare che sia tutto finito.
Abbiamo passato giornate intere a raccontarci cosa ci è successo dal 1994 a oggi, come se davvero tutte le storie personali insieme creassero la storia del Paese, ed era tutto un perdere la verginità, votare, laurearsi, trovare il primo lavoro, fare figli, separarsi, perdere il lavoro e tutti raccontavano le loro avventure degli ultimi diciassette e guardavamo il nuovo premier e ci stupivamo del grigiore serio dei nuovi ministri e poi ci scambiavamo battute spiritose, ripetevamo tormentoni, scrivevamo tweet ironici e dicevamo che finalmente era finita, che lui se n’era andato, che basta nani e ballerine, che la nuova era è iniziata. Poi, come nella vecchia DDR, anche noi ci siamo accorti che dietro il gossip, i lustrini, le bandiere, le litigate televisive, i toni da regime, le promesse di grandezza, avevamo ancora più pezze al culo di quanto potevamo immaginare.
I mercati non hanno esultato come noi, che abbiamo stappato quelle bottiglie buone, che abbiamo trovato la scusa per bere e mangiare, perché da noi finisce tutto a tarallucci e vino.
L’Italia non sembra passarsela bene e dovremmo stringere la cinghia e ripagarci l’ICI e aumentare l’IVA e perdere altri posti di lavoro e tornare a mangiare più spesso a casa che chi ci ha più soldi per i ristoranti che erano sempre pieni quando c’era lui.
L’Italia non sembra passarsela bene e forse abbiamo festeggiato troppo, forse ci abbiamo capito poco, forse sappiamo bene che il berlusconismo è nel DNA italiano ed estirparlo sarà un lavoro quasi impossibile, però, non lo so, sono convinta che tra un mese nessuno sentirà la mancanza del sapore dei sottaceti dello Spreewald.